8 Ottobre 2020
Meno danni al territorio con infrastrutture coordinate e condivise

“Nella Bassa bergamasca non transitano solo due terzi delle attività produttive del nostro territorio, ma si trova anche la campagna più fertile della nostra provincia dove si produce il cibo che portiamo sulle nostre tavole e dove hanno origine la maggior parte di quei prodotti DOP di cui ci fregiamo”. Così il presidente di Coldiretti Bergamo, Alberto Brivio, replica a Confindustria che ha indicato come priorità una serie di opere infrastrutturali che avranno un forte impatto sull’area minacciando, se non realizzate, la fuga delle aziende da Bergamo.

“Troppo comodo fare gli ambientalisti da salotto e scandalizzarsi per la distruzione delle foreste dell’Amazzonia per poi fare ben peggio in casa nostra – avverte Brivio -. Negli ultimi 7 anni nella nostra provincia sono scomparsi circa 37 chilometri quadrati, vale a dire quasi la stessa superficie su cui sorge Bergamo, parchi compresi. Qualcuno pensa che questi numeri non dicano nulla? Lo chiederemo tra qualche anno ai nostri figli visto che con le nostre scelte stiamo ipotecando la qualità della loro vita”.

Il presidente di Coldiretti Bergamo ribadisce che l’Organizzazione che rappresenta non è contraria allo sviluppo e ben comprende la necessità di crescita del territorio, ma ritiene che questa debba avvenire in modo armonico e che nessun settore debba prevaricare in modo forzato sull’altro.

“Abbiamo più volte sottolineato la necessità di ripensare un modello diverso di sviluppo, puntando su una mobilità più sostenibile e meno impattante sulle superfici agricole e in generale su una infrastrutturazione coordinata e condivisa sul territorio in modo da limitarne le conseguenze negative.

Si vuole affermare che l’agricoltura, attività che non può delocalizzare a differenza delle imprese manifatturiere, deve soccombere all’industria? Lo si dica chiaramente ai tanti giovani che stanno tornando a fare impresa con la terra che i loro progetti non hanno futuro. Lo si dica chiaramente ai cittadini che in quelle aree risiedono che tra qualche anno intorno a loro ci saranno solo distese di cemento. Forse c’è la necessità di decidere una volta per tutte di quale sviluppo stiamo parlando! Perché non sedersi tutti attorno ad un tavolo e cercare soluzioni condivise?”

L’ultima generazione è responsabile della perdita in Italia di oltre ¼ della terra coltivata (-28%) per colpa della cementificazione e dell’abbandono provocati da un modello di sviluppo sbagliato che ha ridotto la superficie agricola utilizzabile in Italia negli ultimi 25 anni ad appena 12,8 milioni di ettari.

“Quando parliamo di campagna che sta scomparendo – afferma Brivio – stiamo dicendo che nel nostro Paese la perdita di produzione agricola complessiva dovuta al consumo di suolo è stimata in 3,7 milioni di quintali, per un danno economico di quasi 7 miliardi di euro in soli 7 anni, tra il 2012 e il 2019.  Questo significa che la perdita di 250 milioni di chili di seminativi, di 26,6 milioni di chili dai frutteti, di 20 milioni di chili dai vigneti e di 9 milioni di chili dagli uliveti è particolarmente grave in una situazione in cui il grado medio di autoapprovvigionamento dei prodotti agricoli in Italia  è sceso a circa il 75%, con il Paese costretto a importare un quarto degli alimenti di cui ha bisogno in un momento di grandi tensioni nel commercio internazionale. Senza contare l’occupazione generata dalle filiere legate al cibo”.

Per il presidente di Coldiretti Bergamo se non si pone un argine al consumo di suolo si perde un’opportunità in termini di sviluppo economico e occupazionale per l’intero Paese oltre al fatto che c’è un tema che riguarda l’ambiente, la sicurezza e la qualità della vita. “Notiamo con rammarico – sottolinea - che tra le priorità elencate manca una programmazione di interventi utili a mettere in sicurezza il territorio, e in particolare nelle zone più fragili, visti anche i recenti eventi meteorologici avversi che hanno causato drammatici dissesti idrogeoligici”.

“Continuare a costruire strade e poli logistici vuol dire anche compromettere la qualità della poca terra che si potrà ancora coltivare – conclude Brivio -,   di questo passo non rimarrà più nulla. L’utilizzo che stiamo facendo della nostra terra è una questione civile, che riguarda tutti. A parole apprezziamo le bellezze del nostro paesaggio, la qualità della nostra cultura e del nostro cibo, nei fatti però stiamo dissipando il patrimonio che è alla base di queste ricchezze che hanno reso unico il nostro Paese nel mondo”.

 

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